Al giardino ancora non l’ho detto è l’opera più intima, toccante e luminosa di Pia Pera, un diario filosofico ed esistenziale scritto dopo la scoperta di una malattia neurodegenerativa terminale, la SLA. Invece di cedere alla disperazione, la scrittrice e anglista italiana sceglie di rifugiarsi nel suo amato giardino ad Podere Margherita, un luogo che diventa al tempo stesso consolazione, specchio del proprio corpo che declina e potente metafora di resistenza. Il titolo, tratto da una poesia di Emily Dickinson, racchiude l’incertezza e la delicatezza con cui l’autrice affronta il distacco graduale dalla vita, cercando un modo per “comunicare” la propria scomparsa alla natura che ha accudito per anni.
Nel corso della narrazione, il gesto del giardinaggio si trasforma in un vero e proprio atto di meditazione sulla finitezza umana. Osservare l’alternarsi delle stagioni, il ciclo delle piante, le erbe infestanti e il naturale fiorire e sfiorire della vegetazione insegna a Pia Pera ad accettare la fragilità dell’esistenza. Il giardino cessa di essere un semplice spazio fisico per diventare un maestro silenzioso: come la natura accoglie la nascita e la decomposizione senza drammi, così l’autrice impara ad addomesticare la paura della morte. Con una scrittura limpida, priva di retorica e ricca di una grazia profonda, la Pera riflette sui legami sociali, sull’importanza delle piccole cose quotidiane e sul valore della cura verso ciò che ci circonda.
Quest’opera è una testimonianza poetica straordinaria che trasforma il dolore in una celebrazione profonda della bellezza dell’essere vivi. Al giardino ancora non l’ho detto si rivela così una lettura fondamentale non solo per chi ama la letteratura della natura, ma per chiunque cerchi una guida illuminante su come trovare senso, pace e riconciliazione con il tempo che ci è dato, fino all’ultimo istante.

