“Perché ci identifichiamo sempre con quello che non abbiamo, invece di guardare quello che c’è? Spesso i limiti non sono reali, i limiti sono solo negli occhi di chi ci guarda”.

Simona Atzori

Sono quegli incontri che vanno a toccare le corde più inusate della tua esistenza, quegli incontri che ti mescolano dentro e che ti pongono domande a cui non sempre vuoi dare una risposta.
Lei è una bellissima donna cinquantenne, con un sorriso che apre il cuore. E’ il primo aspetto che colpisce, aperto, solare, contagioso. Poi gli occhi si posano su ciò che manca in modo marcato: le braccia. E lo sguardo si abbassa intimidito e un po’ scosso.
Ma Simona lo riprende e lo riporta su, verso il suo di sguardo, rincuorante, sereno, pieno. Con estrema naturalezza solleva la gamba destra e pone il proprio piede ad altezza della mia mano che afferra con decisione.
E tutto in me si scioglie in una stretta nuova e viva che toglie ogni mia imbranataggine. Sì sono io quella che di fronte a Simona si vede limitata. Lei non lo è. Lei ha fatto del suo limite, se così vogliamo definirlo, una risorsa, o meglio uno stile di vita.
Lei non si è fermata a cogliere ciò che le manca (due braccia, non sono cosa da poco), ma ha guardato ciò che c’è sfruttandolo all’inverosimile.
Pittura, danza e tanta quotidianità fanno parte di lei, la rendono “unica”.
E pongono in me quella domanda: io come mi guardo, con che occhi? I miei, quelli degli altri che magari, anche involontariamente, scorgono il limite che mi abita?
Com’è il mio sguardo? Perché da come mi guardo dipende molto di come vivo e della mia serenità.

Simo cover

Il limite è lì per ricordarci che non siamo onnipotenti come a volte qualcuno di noi si ritiene.

Quanto il mio sguardo è proteso a scrutare ciò che non ho o ancora di più ciò che penso gli altri abbiano più di me? E diventa quindi invidioso, bramoso e mai soddisfatto.
Quel piede che incontra la mia mano è come un pugno nello stomaco, un ricordarmi chi siamo. Donne e uomini che nascondono la propria unicità e che non si accorgono della propria bellezza perché tesi a cercare affannosamente ciò che manca.
Noi non siamo il nostro limite, siamo anche quello, perché il limite ci pone in una giusta dimensione e ci fa potenziare e scoprire altre ricchezze che tenevamo nascoste perché ignari di averne bisogno.
Il limite è lì per ricordarci che non siamo onnipotenti come a volte qualcuno di noi si ritiene. Ma quel limite può essere colmato con un’altra parte di noi, potenziando la nostra unicità, mettendo anima e corpo per migliorare.
Il rischio è che ci lasciamo vincere da ciò che ci manca e non lottiamo con tenacia e determinazione per raggiungere obiettivi di pienezza.
Le nuove generazioni hanno bisogno di modelli tenaci, in cui la speranza si coltiva con impegno e con sguardo pacificato verso se stessi e verso gli altri.
Non abbiamo paura allora di porgere il nostro “piede” verso l’altro, non abbiamo paura di mostrare la nostra vulnerabilità, perché in essa si nasconde la nostra forza.

Questo incontro con Simona mi lascia addosso una certezza profonda: troppo spesso passo il tempo a contemplare le mie mancanze, dimenticando di celebrare la ricchezza di ciò che già possiedo. Il limite, allora, smette di essere una condanna o un motivo di vergogna e diventa la feritoia attraverso cui la mia unicità può finalmente emergere con forza. Dipende tutto da me, dalla qualità dello sguardo che scelgo di posare sulle mie fragilità e su quelle di chi mi cammina accanto. Accettare la mia vulnerabilità non significa arrendermi, ma avere il coraggio di guardarmi dentro con pacata gratitudine, trasformando ogni ostacolo in un’occasione per scoprire risorse inaspettate. Smetto di cercare disperatamente ciò che mi manca e inizio a vivere di ciò che sono, consapevole che è proprio nel mostrare le mie cicatrici senza paura che risiede la mia vera bellezza e la mia forma più autentica di libertà.